Il WOW non è (solo) sorpresa: è (soprattutto) intensità

In un mondo di esperienze turistiche già raccontate, l’effetto wow esiste ancora?

In un’epoca in cui tutto sembra già raccontato, spoilerato da foto, reel e recensioni, ogni destinazione appare già vissuta prima ancora di metterci piede. Possiamo ancora stupire?

Per rispondere a queste domande, dobbiamo prima capire cosa intendiamo davvero quando parliamo di “effetto wow”.

Ripensare il concetto di WOW nel turismo

Nel turismo, il wow non è solo stupore visivo o colpo di scena. È qualcosa di più profondo e articolato.

Il termine wow esprime tra l’altro delizia, risonanza, connessione.

È tutto quello che fa sentire i turisti coinvolti, visti, ascoltati, interessati, toccati nel profondo, anche senza effetti speciali o panorami da cartolina.

Spesso si pensa che il wow sia un panorama mozzafiato, un monumento impressionante, una sorpresa inaspettata. Certamente questi elementi possono generare wow, ma il wow non si limita a questo.

Il wow non è un concetto statico che segue un copione fisso e viene reiterato nel tempo. Al contrario, il wow è qualcosa che supera le aspettative.

E questo implica due conseguenze fondamentali:

  1. Bisogna conoscere e superare le aspettative dei turisti, non quello che noi pensiamo dovrebbe emozionarli, ma quello che effettivamente li emoziona
  2. Deve essere basato sui loro bisogni, passioni, o fatto per superare i loro limiti e timori. Quindi turisti diversi hanno wow diversi.

Il turista cambia, il wow evolve

Ci sono 8 miliardi di persone nel mondo, ognuna con un proprio modo di emozionarsi o sentirsi deliziata.

Il marketing turistico di massa, quello che punta a “tutti” o a grandi segmenti, rischia di non emozionare più nessuno.

Non possiamo più puntare a un wow universale: servono esperienze calibrate su pubblici specifici, andando oltre le etichette di segmentazione per costruire proposte autenticamente diverse per persone diverse.

Inoltre, quello che funzionava 15 anni fa oggi non basta più: il mercato è cambiato, le aspettative sono diverse, i valori si sono evoluti. E anche al wow ci si abitua: il wow già provato raramente funziona una seconda volta, o perlomeno perde intensità.

Il vero rischio per il turismo esperienziale: l’indifferenza

A mio avviso, il rischio maggiore per una destinazione o per un operatore non è mancare il wow, ma generare indifferenza.

Il contrario del wow non è la delusione: è lo sbadiglio!

È proporre esperienze che crediamo piacciano e invece non toccano nessuno.

Esperienze che piacciono ai designer ma nella realtà lasciano freddi i turisti.

È comunicare in modo generico, sperando di attrarre “tutti” e finendo per non interessare davvero nessuno.

È il prezzo della genericità: quando parliamo a tutti, non parliamo davvero a nessuno.

L’effetto? Turisti che visitano ma non si emozionano, che partecipano ma non si connettono, che vedono ma non ricordano.

Comunicare il wow senza bruciarlo

Come comunicare l’effetto wow senza svuotarlo?

È una sfida reale: se lo racconti troppo, rischi di consumarlo prima ancora che il turista arrivi.

Ma la mia esperienza mi dice che un wow robusto accade nel luogo, nel momento.

Funziona come nei film: sai già che il buono vincerà (quasi sempre), hai visto il trailer, conosci la trama, eppure vai lo stesso al cinema. E ti emozioni comunque.

Perché? Perché il valore non sta (solo) nella sorpresa, ma nell’intensità con cui vivi l’esperienza. E spesso questa intensità nasce dai dettagli: quelli che fanno sentire il turista visto, compreso, accolto.

Se preparo bene il contesto, posso attivare l’aspettativa giusta senza bruciare la delizia di vivere l’esperienza in loco.

Posso creare anticipazione, curiosità, desiderio, senza svelare tutto.

Addirittura, se lavoro molto bene posso far provare il wow anche a chi ripete l’esperienza per la seconda o terza volta, perché nonostante la conosca già, scopre nuovi livelli di profondità, nuove connessioni, o semplicemente la vive con un’intensità che non svanisce con la ripetizione.

La sfida per i destination manager e per i designer di esperienze

Oggi dovremmo lavorare su questo: creare esperienze che emozionano non solo per la loro intensità, ma perché il turista sente che sono fatte proprio per sè, che lo conosciamo davvero, che capiamo cosa vuole e cosa sogna.

Esperienze così ben progettate, così autentiche, così in risonanza con i valori e le aspirazioni del turista, che la loro potenza emotiva non dipende dall’effetto sorpresa.

Il wow del futuro non è nascondere informazioni o creare colpi di scena. È progettare momenti di connessione profonda tra il turista e il luogo, tra il visitatore e la comunità locale, tra l’esperienza vissuta e il sistema di valori personale.

È questo il wow che resiste all’algoritmo, alle recensioni, ai reel. Perché è personale, autentico, impossibile da replicare attraverso uno schermo.

E tu, come destination manager , experience designer o operatore turistico, come stai ripensando l’effetto wow nelle tue esperienze?

Lavoro con destinazioni e operatori turistici per progettare esperienze che creano connessione autentica con i turisti. Se vuoi ripensare le esperienze della tua destinazione o della tua attività in questa direzione, contattami: hello@andrearossi.it

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Immagine:  Andrea Rossi con DALL·E

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  1. […] Rossi, il papà dell’effetto WOW, si sta recentemente focalizzando sul ripensamento del WOW nel settore turistico: sostiene che non è più solo legato […]

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